I fascisti non sono usciti dalle fogne: siamo noi ad esserci entrati
17/05/2008
Un racconto nato in treno tra Torino e Milano, nato da una giornata di ordinaria routine pendolaresca e poliziesca.
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Pioggia. Quella fine che si mischia alla polvere e ti si appiccica sulla pelle.
Grigio. Il cielo tipico per una città come Milano. Le marche di pastelli hanno creato una tonalità di colore apposta per descriverlo.
La pioggia ti si appiccica addosso, il grigio si riflette tutto intorno. Pastiglie di realtà.
"Oh my god". Stazione Centrale.
"Please". Il tempo si ferma.
I volti attoniti dei pendolari. Le facce che ruotano alla ricerca di un'immagine. La cronaca, quella nera, che ti passa di fianco distrattamente.
Lui non si vede in faccia. Spiccano solo i volti dei sei agenti della Polfer che lo tengono fermo.
Freddo. Si può avere freddo il 16 maggio in una Milano immersa nell'afa?
Forse si. Oppure forse non te ne accorgi se hai sei guardie attorno.
Arriva con la testa bassa. Gliela spingono verso terra in due. Gli altri da dietro lo trascinano e gli tengono le braccia. Un gesto, un lampo di disperazione e si divincola.
"Oh my god, "Oh my god". Le grida rompono la tranquilla routine dei passeggeri del venerdì. C'è chi non capisce, chi si gode la scena. La testa e il corpo semininudo del prigioniero sono a terra schiacciati dal peso delle ginocchia della Legge. Una guardia alza la testa.
Il pavimento della Stazione Centrale è una delle superfici più ributtanti della città. A stento i più coraggiosi o i più noncuranti si arrischiano a sedercisi sopra. Per qualcuno può rappresentare l'ultimo brandello di contatto con la realtà. Come se improvvisamente il suolo potesse aprirsi e inglobarti con l'umido della polvere resa appiccicosa dalla pioggia. Come se la terra, l'acqua, l'aria potessero tenerti attaccato disperatamente a loro. La pancia seminuda dell'uomo non vuole staccarsi dalla plastica nera.
La faccia della guardia accenna ad un sorriso grave di quelli da inquadratura d'autore da fiction di 4° livello. Il testosterone gli cola sul viso. Per quanto i movimenti della scena siano bruschi, lui ha ancora il cappello d'ordinanza appiccicato sulla testa. Fa cenno a tutti e a nessuno di stare lontano. Ci sono loro. Lo spettacolo deve continuare, ma i tempi li decidono loro.
"Please". Stratch. Bastano pochi secondo per strapparlo alla terra. Per separare quelle due dimensioni in cerca di fusione. La plastica e la pelle non possono diventare una cosa sola.
La processione riprende. Tutt'intorno il vuoto. Nessuno dice niente. Un silenzio soddisfatto mostra la realtà di una stazione piena di iene. Come il uno Zoo a ruoli invertiti, un uomo viene trascinato in gabbia sotto gli occhi di visitatori contenti del supplemento extra gratuito sul biglietto. Una stilla di adrenalina ogni tanto ci fa sentire ancora vivi.
E' tutto finito. Tre minuti al massimo. C'è chi recrimina. Lo spettacolo è durato troppo poco. Qualche commento serpeggia: le piccole lingue biforcute si muovono, si contorcono, serpeggiano. Questa sera avranno qualcosa da raccontare a cena. Uno di meno. "Ma che aveva fatto?". "Non so".
La porta si chiude alle spalle degli agenti. Povero uomo, la realtà che sognavi si è chiusa dietro a quell'uscio. Lo pagherai caro quel supplemento di spettacolo che hai offerto. I cani già sbavano ringhiando. Lo capirai il significato della parola barbarie. Dietro quella porta. Quando la parola fine sta scorrendo nei teleschermi degli spettatori.
Lo spettacolo è finito. Lostrappo nella realtà, ricucito. Tutt'intorno èun riflusso nella normalità della routine.
Sul treno due uomini in cravatta e una donna senza, discutono.
"Bisogna bruciarli tutti".
"Cosa?".
"I campi Rom".
"Hanno stuprato una ragazza ieri sera a Milano".
"Sono cose che ti rimangono per una vita, quelle" dice la signora.
"In Francia la polizia non è così fighettina. Lì sono in tuta mimetica con delle mazze tanto di manganello". Fa un gesto.
"Nessuno si permette di dire niente. Fanno paura, incutono rispetto".
"In Spagna nessuno si permette di schiamazzare, pisciare per strada e tutto il resto".
"Forse perchè lì hanno ancora il ricordo di Franco".
Mi giro. No, parlano di un'altra storia. Posso stare tranquillo e godermi il lento riflusso verso il regime.
No, i fascisti non sono usciti dalle fogne. Siamo noi ad esserci entrati.
Ps: La sera, tardi, quando arrivo a casa e trascrivo queste parole, leggo:
''Il grazie di Milano - continua il vice Sindaco - al prefetto, al questore e a tutti gli uomini delle Forze dell'Ordine per questo grande impegno contro la criminalita' nomade ed extracomunitaria. Questi numeri sono la migliore risposta alle parole fuori luogo di Penati che oggi ironizza su presunti 'traslochi', ma fino a 6 mesi fa proponeva di riempire Milano di tanti piccoli villaggi per alloggiare i nomadi. Appoggiato in pieno dalla 'crocerossina' dei rom, l'assessore Corso''.
''Gli uomini delle Forze dell'Ordine - conclude De Corato - stanno lavorando tanto e bene per allontanare delinquenti, nullafacenti e accattoni, sia rumeni che extracomunitari. Quello che manca e' una legislazione d'emergenza, con pene piu' severe e certezza della pena. E' ora che garantisti e buonisti, anche a Milano, si mettano da parte e facciano lavorare chi davvero vuole risolvere questa emergenza. Anche perche', allo stato attuale, si rischia di vanificare l'impegno degli agenti''.(Sef/Lr/Adnkronos)



