ombra

Fucili in cambio di sterilizzazioni: il falso mito del machismo

due parole — Inviato da ombra @ 15:46

25/03/2008 

A parte il fatto che non sapevo ch in generale la riproduzione fosse un mito machista. A parte il fatto che mi sta sempre un po' sulle palle quando si facilita la diffusione di armi in cambio di qualcosa.

A parte tutto, quest'idea un po' eugenetica di promuovere la sterilizzazione di massa in cambio del porto d'armi, mi pare una roba presa dalla fantascienza e non dalla realtà.

Per limitare un trend che ha portato la popolazione indiana a triplicarsi, si prevedono nelle varie province dei programmi di sterilizzazione forzata dei maschi indiani. Proprio come per i buoi, che notoriamente rendono di più senza attributi, almeno dal punto di vista lavorativo.

Il corriere riporta la notizia e il giornalista tranquillo tranquillo parla di questa cosa come se scrivesse di quel che ha mangiato a pasqua.

Una bella analisi la fornisce questo blog

La cosa interessante è il ragionamento del funzionario interrogato, che dice:

«E questo — ha raccontato Shrivastav al Times di Londra—a causa di un errato concetto di virilità». Hai voglia a spiegare che l’intervento non influisce sulla potenza sessuale. Così Manish ha pensato di «bilanciare un mito machista con un altro, più forte: le armi da fuoco». Risultato? «Un successo».

Cioè, posto che il concetto di riproduzione possa essere addotto a motivazioni machiste (cosa di cui non sono per nulla convinto), il problema non è comunque il machismo in sé, ma un semplice fattore di tipo pratico: ti offro un qualcosa che logicamente è machista (la potenza associata all'arma da fuoco) in cambio dei tuoi gingilli di cui tanto ti puoi bullare con gli amici.

Ragionamento pericolosamente avvallato da chi intervista, tra l'altro. 

Insomma, se per frenare l'esplosione demografica, si spargono un po' di pistole in giro, il tutto non puo' che fare bene al sistema mondo. Cosi', oltre a non nascere, si ammazzano pure tra di loro, questi indiani. Perbacco!

Interessante che, mentre su programmi simili si sia detto e fatto molto, su questi, solo perchè è una motivazione a noi comoda (fanno paura 1,5 miliardi di indiani) ci sia solo il pietoso articolo del corriere. 

Ma si sa come vanno le cose in India. 


Vota il tuo poliziotto e vivi nell'illusione della normalità

due parole — Inviato da ombra @ 18:37

18/03/2008

 

 

Rate My Cop. Ovvero, dai un voto all'operato delle forze dell'ordine. A lanciare questa idea un sito di un'azienda privata statunitense, che si propone come l'antidoto al cattivo operato delle forze dell'ordine.

"Ogni azienda ha i suoi clienti. Noi siamo i clienti della polizia, e dobbiamo essere in grado di dare un giudizio al loro operato" questa l'idea forte che sta alla base dell'iniziativa, così come la racconta repubblica.

Ratemycom.com è un sito che raccoglie i nomi di oltre 120.000 agenti delle forze di polizia di 500 contee statunitensi. Per ognuno l'utente, registrandosi, può dare un giudizio da 1 a 5 rispetto all'operato del singolo agente.

L'utente può rispondere dando un voto da 1 a 5 a tre diverse domande: il poliziotto ha usato la sua autorità in maniera equa?; è stato corretto?; nel complesso sei rimasto soddisfatto?

Che a me suonano un po' come una logica da supermercato. E in effetti è proprio una motivazione commerciale che spinge questa azienda privata a fornire un servizio di questo tipo. Ma come al solito, il fatto che a gestire una sito come questo sia un'azienda, porta a considerare i lati oscuri di quelle che sono le informazioni sul web Se oggi a ricercare strade per i cosiddetti diritti civili, sono le aziende, forse qualche interrogativo anrebbe posto sulla garanzia che questi soggetti offrono in termini di utilizzo delle informazioni. L'informazione è una merce e anche il senso civico lo diventa.

Perchè anche se vengo a sapere che l'Officer Pog spara ai gatti nel tempo libero, questa informazione è capace di ben poco nella realtà, dove le forze dell'ordine agiscono in un contesto di totale impunità e, soprattutto (che è più grave e significativo) di totale legittimità politica. 


Evitare la croce si può

segnalazioni — Inviato da ombra @ 19:17

17/03/2008 

Ma cosa avevate capito?

No, per una volta non ci si riferisce alla croce come simbolo della cristianità e della sua viscerale insistenza nella società.

No, Evitare la croce è lo slogan della nuova campagna sociale contro gli infortuni sul lavoro.

In un epoca di politica fatta dalla chiesa e di ingerenze più o meno palesi, davvero ben fatto.

Non posso pensare che non ci abbiano pensato 

Usate la testa. 



Il pensionometro negato

due parole — Inviato da ombra @ 10:54

17/03/2008 

Progettualità ed Etica sono belle parole. E quando si fondono in un progetto diventano anche interessanti.

Progetica dice di essere così. Il corriere online ha commissionato a questa società un curioso progetto: il Pensionometro. Uno di uei giochetti che si fanno per incrementare i visitatori al sito e incrementarne i guadagni. Perchè ovviamente a questo seervono i siti web dei giornali.

Visto che oggi avevo 0.12 minuti liberi mi sono fiondato a partecipare a questo avvincente gioco che mi dirà quanti lustri mi separano dal riposo eterno.

Invece la mia curiosità si è infranta contro il muro di Bill Gates e della sua etica.

Il messaggio recitava:

Questo servizio funziona solo con (quella ciofeca di) Internet Explorer 

Alla faccia della professionalità e dell'ETICA. Buffoni. Per colpa vostra non saprò mai quando andrò in pensione, perchè uso Firefox.


Bolzaneto: la normalità del male

segnalazioni — Inviato da ombra @ 20:02

16/03/2008 

Bolzaneto: la normalità del male

Martedì 11 marzo 2008 i pubblici ministeri Petruzziello e Ranieri Miniati hanno letto le loro richieste di pena per i 45 imputati per i fatti di Bolzaneto: le condanne ammontano a qualcosa come 76 anni complessivi, ma solo per 15 degli imputati la pena supera la soglia della condizionale8 di questi quella dell'indulto (tre anni). Per i restanti trenta le condanne sono di circa un anno (o meno) a testa, anche considerata la peculiarità delle condizioni che si sono verificate a Bolzaneto - hanno detto i pm. Il problema è che non c'è nulla di straordinario in Bolzaneto, se non il fatto che ciò che è accaduto sia sostanzialmente di dominio pubblico.
(ventiquattro mesi) e solo per

La caserma del VI Reparto Mobile di Genova a Bolzaneto nel luglio 2001 era uno dei due luoghi adibiti a ricevere i fermati e gli arrestati per poi trasferirli ai carceri di destinazione (o rilasciarli nel caso dei primi). L'altro luogo era Forte San Giuliano, una caserma dei Carabinieri. A Bolzaneto per l'occasione si costruì una palazzina in cui le forze dell'ordine operanti in ordine pubblico dovevano portare i fermati, consegnarli agli uomini della Digos e della squadra mobile presenti, con i quali dovevano redigere gli atti relativi al fermo o all'arresto. Gli arrestati poi dovevano essere "passati" alla polizia penitenziaria, immatricolati, visitati e trasportati (o tradotti come si dice in gergo) nei carceri di Alessandria, Pavia, Voghera, Vercelli.
In realtà - come ormai tutti sanno - a Bolzaneto sin dall'arrivo le persone venivano sottoposte a una sorta di contrappasso violento e umiliante, una specie di vendetta, in cui le forze dell'ordine si autoqualificavano di fatto come avversari dei manifestanti. Questa è la prima inversione che spesso si cerca di fomentare per sminuire i fatti della caserma: nessuno delle persone in stato di "ristretta libertà" ha dato luogo a episodi di resistenza o di violenza, e quindi la decisione vigliacca e vile di esercitare la violenza anziché di svolgere il proprio compito ha una sola origine ben definita. Le persone venivano accerchiate, insultate, minacciate e picchiate nel cortile, poi venivano minacciate e percosse negli uffici della Digos e della squadra mobile, al fine di far loro firmare dei verbali redatti in italiano anche per gli stranieri. Ogni volta che le persone venivano spostate dalle celle di sicurezza all'ufficio trattazione atti e viceversa, dovevano passare in mezzo a due ali di agenti che continuavano a menare calci, pugni, sgambetti, insulti, sputi. Nelle celle di sicurezza le persone non potevano stare sedute, ma dovevano stare in piedi con la faccia al muro, le braccia alzate e le gambe divaricate, tanto che molti hanno avuto malori e conseguenze anche a medio-lungo termine per la posizioen imposta. Senza contare gli episodi di violenza fisica e verbale gratuiti. A questo punto i fermati venivano rilasciati, non dopo essere stati fotosegnalati dalla scientifica (dove però non avviene nessun episodio di violenza), mentre gli arrestati passavano nelle mani della Polizia Penitenziaria, dove il trattamento nelle celle continuava: divieto di andare in bagno o l'accompagnamento con pestaggi e umiliazioni; violenze gratuite; minacce e intimidazioni continue. Dalle celle gli arrestati venivano immatricolati senza consentire loro di avvisare i familiari o i propri consolati, poi vengono perquisiti e visitati nella stessa stanza, dove agenti e medici li trattano con violenza e scherno. Poi tornano alle celle e infine tradotti ai carceri, alcuni dopo oltre 30 ore di permanenza nella struttura temporanea senza cibo e acqua. Per molti l'arrivo in carcere è praticamente una liberazione.

Per tutto questo i pm avrebbero voluto usare il reato di tortura, che però in Italia non esiste, nonostante il nostro paese sia firmatario della convenzione delle Nazioni Unite sulla tortura del 1989, che impegna i paesi firmatari a tradurre in disposizioni di legge il contenuto della convenzione: a venti anni di distanza nessuna legislatura è stata in grado di portare a termine questo compito. Al di là di questa carenza i pm hanno deciso di individuare e punire con pene più severe il cosiddetto livello apicale, ovverosia i capi dell'ufficio trattazione atti, i capi del sito di bolzaneto, dell'infermeria, del servizio di traduzione, dei servizi di vigilanza alle celle: in pratica hanno ritenuto che il loro ruolo di responsabilità e garanzia fosse più importante e quindi da punire con più fermezza. Da questo livello hanno deciso di escludere il responsabile formale del sito, il magistrato Alfonso Sabella che pure vi era passato e che aveva a maggior ragione un ruolo di garanzia nei confronti di chi transitava in quei siti. Ma la solidarietà di casta non conosce confini. Viceversa hanno ritenuto che i livelli intermedi e gli agenti che effettivamente sono stati i protagonisti dei trattamenti fossero responsabili solo di episodi da inserire in un clima di impunità da attribuire ai loro dirigenti. Eccezioni sono ovviamente gli agenti individuati e riconosciuti con chiarezza come protagonisti di singoli atti di particolare crudeltà: ad esempio Pigozzi che prende a due a due le dita della mano di un arrestato, AG, e le divarica fino a strappargli la mano. Il risultato finale sono una richiesta di pene (da notare che spesso i tribunali comminano pene inferiori alle richieste del pm) di circa 76 anni, una sola assoluzione, ventinove posizioni in vista di prescrizione e comunque entro i termini della condizionale, quindici posizioni con pene un po' più cospicue.

Tutti soddisfatti? Direi di no, per almeno due motivi importanti (e una miriade di motivi più triviali): in primo luogo queste condanne equivalgono a meno della metà degli anni di carcere chiesti ed ottenuti per le 25 persone accusate di aver partecipato agli scontri della giornata, e l'atteggiamento dei pm nei confronti degli imputati è stato improntato a un garantismo e una prudenza esasperati, tali che se non vi era prova certa del fatto e dell'identificazione di un imputato come autore di quel fatto, si sono pronunciati sempre e comunque per l'assoluzione (fermo restando l'ottimo lavoro svolto dai pm nel clima di difficoltà che un processo contro le forze dell'ordine rappresenta sempre). Non che nessuno sia interessato al fatto che queste persone passino mille anni in carcere, ma una condanna più dura in un caso come questo dove siamo alle porte della prescrizione sarebbe stato un segnale più forte da parte della procura rispetto a quanto è avvenuto e quanto avviene tutti i giorni (vedi sotto). E' facile capire come chiunque sia passato da Bolzaneto e non abbia denunciato quello che vi avveniva lo faccia in malafede e si renda corresponsabile di ciò che è accaduto. Mettete nell'equazione i campi dove tenevano i desaparecidos in Argentina al posto di Bolzaneto e vedrete che i conti tornano. Ma la giustizia si fa garante dell'onere della prova della commissione di un reato solo quando questo reato è esercitato da chi sta tra i ranghi del potere: infatti per le 25 persone accusate degli scontri di piazza, non vi è stato alcuno scrupolo né nell'individuare i singoli reati commessi, né nello scegliere un capo d'accusa che avesse senso: servivano pene esemplari, e si è usato il reato necessario, anche a dispetto della realtà. La conclusione amara a cui uno deve giungere è che è meglio torturare come sottoposto centinaia di persone, che non spaccare due vetrine o lanciare quattro sassi: nel primo caso prendi 10 mesi e sei libero, nel secondo prendi 10 anni di galera.

Il secondo punto problematico è la motivazione per le pene contenute richieste per gli esecutori materiali: secondo i pm le condizioni della caserma di Bolzaneto sono state eccezionali, nella commistione di diverse forze dell'ordine, nella poca chiarezza degli ordini, nella concitazione di quei giorni. Questa straordinarietà ha convinto i procuratori a non chiedere la recidività delle condotte e a chiedere in prima persona l'applicazione della sospensione con la condizionale della pena. Il problema è che quanto è avvenuto a Bolzaneto non è per nulla eccezionale, ma è la prova vivente di quanto avviene tutti i giorni in moltissimi luoghi del paese, nelle caserme, nei centri di permanenza temporanea, nei carceri e alle volte (si vedano i casi recenti di Aldrovandri e di Sandri per citarne due) anche nelle strade. Bolzaneto è la rappresentazione dell'anima nera di una buona parte delle forze dell'ordine, della sensazione di chi veste una divisa di essere al di sopra della legge e di poter esercitare arbitrariamente il proprio potere su tutto e su tutti, in particolare su coloro che sono detenuti (o comunque "ristretti" nella loro libertà come i migranti in un CPT o i fermati in una cella di sicurezza della questura). L'arroganza e la prepotenza di moltissimi (non tutti, ci mancherebbe, non facciamo della facile demagogia) membri delle forze dell'ordine è un dato di fatto, e qualificare Bolzaneto come eccezione forse non rende un grande servizio alla possibilità che tutto questo cambi. Ma la strada perché le persone si interessino veramente di come funziona il mondo che le circonda e di come si esercitano il potere del controllo e della repressione è ancora molto lunga. Bolzaneto in questo senso è un'occasione persa, alla ricerca di infilare tutto sotto il tappeto considerandolo come un episodio terribile ma isolato. Il male è molto più ordinario di quello che piace pensare.

Maggiori Informazioni: supportolegale.org

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su carmillaonline   e precaria.org


Droga: i kit arrivano giovedì e sono tanti, oppure no?

Droga — Inviato da ombra @ 19:42

11/03/2008 

 


 

Milano, 10 mar. - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - "Oggi pomeriggio e' iniziata la distribuzione  nelle farmacie milanesi, comunali e private, dei kit antidroga" messi a disposizione gratis dal Comune alle famiglie con figli da 13 a 16 anni che vorranno ritirarlo. "Entro giovedi' i test saranno disponibili per il ritiro, previa consegna del coupon anonimo" che i genitori riceveranno in una lettera. Lo comunica l'assessore milanese alla Salute, Giampaolo Landi di Chiavenna.
Le farmacie coinvolte nel secondo step del progetto, dopo la prima fase sperimentale lanciata l'anno scorso in Zona 6, sono 387 tra private e comunali. Ad ogni farmacia verranno consegnati 10 kit, per un totale di 3.870 test - si legge in una nota - La spesa complessiva a carico del Comune e' pari a 16 mila euro.
"Lo scorso anno i kit disponibili nelle farmacie di Zona 6 sono stati 430 - ricorda Landi di Chiavenna - Ne sono stati ritirati 249: circa il 60%, percentuale ritenuta piu' che soddisfacente dall'assessorato. Infatti - precisa - sarebbe fuorviante rapportare il numero dei kit ritirati nelle farmacie di Zona 6 con le 3.887 lettere inviate dall'assessorato alla Salute alle famiglie con figli dai 13 ai 16 anni. Il successo dell'iniziativa va calcolato sulla percentuale dei kit ritirati in rapporto a quelli disponibili in farmacia - puntualizza - e non sul numero delle lettere inviate alle famiglie. La bonta' dell'iniziativa - ricorda - e' stata evidenziata anche da un sondaggio fatto alcuni giorni fa da SkyTg24", secondo cui l'81% dei partecipanti e' favorevole al kit.

Comodo come stare seduti su di un divano. Mandi tante lettere, te ne bulli e poi quando le cose ti vanno male, leggi i dati come credi. Che non è che proprio bisogna confrontare i dati di cui ci bullavamo con quelli dei kiti ritirati, ma bisogna confrontare il numero di kit disponibili con quello dei kit ritirati. e visto che i kit disponibili erano il 10% delle lettere, allora una percentuale del 6% si trasforma magicamente in una percentuale del 60%. Magia dei numeri, della matematica e della pena che mi instillano gli amministratori milanesi. 


Il kit antidroga a Milano diventa prassi

Droga — Inviato da ombra @ 20:08

06/03/2008 

Il Comune di Milano è quel che è. In ogni campo fa la sua porca figura in quanto ad applicazione e sperimentazione delle peggiori pratiche pedagogiche e repressive e del connubio di entrembe.

Nel campo delle sostanze stupefacenti il Comune di Milano ha tuttavia un triste e pericoloso primato. Quello di aver sperimentato per primo il principio del bastone e della carota demandato alla famiglia, che diventa da ambito sociale ad ambito di controllo delle pratiche quotidiane degli adolescenti. Demandare alla famiglia quello che è il tradizionale compito dell'Amministrazione è un principio di per sé pericoloso, ma soprattutto che facilmente "fa scuola". Il controllo e l'eventuale repressione delle "devianze" in senso lato (che è sempre stato imputato ai vari organi amministrativi dello Stato) viene delegato ad un ambito informale che tradizionalmente è un ambito protettivo: la famiglia in ogni sua forma.

Carla De Albertis, laureata in Lettere Moderne, militante prima di AN, poi de La Destra e adesso fondatrice di un delirante movimento "La vera destra del Nord", ovviamente queste cose le mastica a colazione. Ed infatti è stata lei a introdurre il provvedimento.

Le  stesse cose sono masticate dai suoi colleghi che hanno deciso di investire 680 mila euro per estendere la diffusione dei kit a tutta la città. Ovviamente la bagarre è scoppiata, ma il brutto è che l'unico tipo di critiche riportate sono in base all'efficacia di queste misure (che è lapalissiano che non esista), lasciando da parte ogni tipo di critica pedagogica. Interessante che ad esempio Panorama metta nell'ultima riga dell'articolo il fatto che questo tipo di test non rappresentino assolutamente uno strumento attendibile. Servono a far riprendere i settore farmaceutico e i suoi guadagni.

Le precedenti tappe:

25 Maggio 2007

La lettera del Comune di Milano e il kit antidroga: cerchiamo di smontarli.

17 Giugno 2007

Il kit antidroga non tira: Il flop della De Albertis

27 Luglio 2007

La privatizzazione della lotta alla droga. Aziende farmaceutiche e interessi politici

22 Gennaio 2008

I kit anti-droga fanno scuola [di flop]


100 anni fa

due parole — Inviato da ombra @ 14:48

06/03/2007

Alcune volte, ma non sempre, l'arte del sottobosco aiuta a palesare ciò che hai dentro.

 

 


Questa la fonte | Questa la causa


 


Do you play with toys?

due parole — Inviato da ombra @ 14:27

05/03/2008

Il primo dicembre di ogni anno è la giornata mondiale contro l'AIDS. E fin qui verrebbe da dire che senso abbia parlarne il 5 marzo. Verissimo. Infatti in questo post ne parlo solo nella prima riga.

In tutto il mondo sono state fatte delle campagne pubblicitarie del principale mezzo di prevenzione: il condom.

Tra tutte questa campagne pubblicitarie, una mi aveva colpito.

Non l'avevo subito approfondita, ma già dalla grafica era davvero interessante. Ieri l'ho ritrovata linkata.

E' una campagna sociale di un gruppo di associazioni irlandesi, che sono andate un po' oltre il semplice ricordo e, sperimentando un'idea comunicativa interessante, hanno voluto parlare di sessualità, senza stereotipi e pregiudizi.

Ne è nata una campagna davvero interessante, che ha anche un suo sito http://doyouchooseit.com .

L'idea idi base è il parlare apertamente della sessualità, promuovendo il sesso sicuro senza limitare la fantasia e la ricerca del piacere. Avevano fatto anche un flyer, che è stato censurato dalla cattolicissima Irlanda. Hanno dovuto ripiegare quindi su qualcosa di meno esplicito.

Entrambi i flyer sono disponibili sul loro sito: quello censurato e quello non censurato [entrambi in PDF].


L'arte pop e il corpo femminile

due parole — Inviato da ombra @ 16:18

04/03/2008

 


Il corpo della donna è costantemente utilizzato come merce in grado di veicolare le scelte dei consumatori. Se devo vendere una macchina, fanno sapere dalle scuole pubblicitarie, riuscirò meglio nel mio intento con un bel nudo femminile (loro però usano altre parole).

L'arte pop che nasce e si svilupa anche da questi presupposti sociali, è riuscita spesso a rendere nuda questa dicotomia, a palesarla.

C'e' tuttavia chi è bravo e chi no. Mel Ramos è uno di quelli bravi.

Se il corpo femminile diventa oggetto, perchè non si puo' abbinare ad ogni cosa, ridonandogli senso in chiave artistica?

La galleria è uno spettacolo di pop art e idee interessanti.



Usa, studenti protestano a scuola: 2 giorni di carcere

due parole — Inviato da ombra @ 18:00
03/03/2008
 
Per aver inscenato una singolare protesta contro la pausa pranzo troppo breve, 29 studenti di una scuola di Readington, in New Jersey, che hanno deciso di pagare il loro pasto in refettorio solo con monetine da un cent, presentandone alla cassa quasi 6.000, si sono visti comminare due giorni di carcere. Lo si legge sul sito della tv online della Cbs. "Il tutto cominciò come uno scherzo, poi tutti gli altri hanno cominciato a dire che stavamo protestando per com'era corta la pausa pranzò, ha raccontato Alyssa Concannon, una studentessa citata dal sito 'wcbstv.com'.
La protesta delle monetine - Ogni studente ha portato 20 monetine che, moltiplicato per 29 fanno qualcosa come 5.800. Ma alle cassiere della mensa scolastica non deve essere sembrato divertente. E per contare i soldi è stato interrotto il servizio e gli altri studenti hanno dovuto saltare il pasto. La bravata è costata a tutti i 29 studenti ben due giorni di detenzione. "Non credo che la detenzione sia ingiusta", dice Wendy Hunt, la mamma di uno dei 29, tornati a scuola dopo il carcere come eroi.

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