La privatizzazione della lotta alla droga. Aziende farmaceutiche e interessi politici
26/07/2007
Avevamo parlato nei mesi scorsi dei test antidroga che l'Assessorato alla Salute del Comune di Milano aveva distribuito gratuitamente a 3800 famiglie la scorsa primavera.
A giugno poi, veniva fatto notare come i dati relativi al reale impatto di questa geniale trovata pubblicitaria, fossero molto scarso. A metà giugno i dati ufficiali parlavano dell'1% dei test acquistati.
Qualche giorno dopo L'Assessore divulgava altri dati, leggermente piu' incoraggianti, che parlavano di un 5% di test ritirati. Carla De Albertis si prodigava a pontificare come questo dato fosse allarmante, e come si potesse parlare di un problema molto sentito. Manipolando bene i dati e i titoli, infatti, si legge, nell'articolo linkato: COMUNE MILANO, RITIRATO 50% KIT DISTRIBUITI. Il che farebbe pensare al 50% di 3800, ovvero 1900. Leggendo l'articolo invece si viene a scoprire come il Comune di Milano preventivasse 380 ritiri in farmacia del test (10%) e come il 50% di questi 380 test ordinati, fosse effettivamente stato ritirato. Infatti i test ritirati sono stati 195, ovvero il 5% delle lettere inviate.
Ma i dati ognuno puo' girarseli a suo modo. I costi no. Gli interessi nemmeno. Le competenze ancora meno.
Partiamo dai costi. Il costo di un test antidroga è mediamente di 30 euro. Mettiamo ipoteticamente che il costo sia quello (potrebbero esserci lievi oscillazioni, ma poco importa). 380 test x 30 euro = 11400 euro circa. Ovviamente cio' che interessa è l'ordine di cifre. 10.000 euro impiegati in una campagna promozionale contro la droga, con un impatto scarso e che soprattutto si riferisce ad un intervento sporadico, dato che il test una volta effettuato lo butti via? A me pare eccessivo. A me pare un flop. Ma seguendo i soldi e considerando le parole della De Albertis, si capisce qualcosa di piu':
"L'esperimento del kit e' stato il primo sasso lanciato nello stagno di una sorta di omerta' nei confronti del problema stupefacenti ad uso dei giovanissimi."
Si scopre infatti che i test non sono stati pagati dal comune di Milano. Sono stati offerti. Ce lo dice la De Albertis in un suo documento reperibile qui, in ultima pagina. Tutta l'operazione è stata "offerta" dal Gruppo Comifar, leader nel campo della distribuzione farmaceutica. Guarda caso un colosso del settore si fa carico delle spese dell'operazione. Pura filantropia? Non proprio.
Vediamo perchè. Il Gruppo Comifar è da anni associato ad un enorme distributore mondiale di farmaci: il Phoenix Group. Addirittura molti membri del Consiglio di Amministrazione, fanno parte del mega colosso internazionale: tra questi il Dr. Reimund Pohl.
In cosa commercia questo gruppo transnazionale? Commercia in molti prodotti, tra cui Agenti diagnostici. Cosa si intende per Agenti diagnostici? Ce lo dicono qui.
Test Antidroga. Interessi che si incrociano, di fatto, sulla pelle delle paure collettive.
Paure molto redditizie, soprattutto quando vengono sponsorizzate dagli Assessori compiacenti. La paura va alimentata e ovviamente se uno prova un test, perche' non dovrebbe continuare? Ed ecco che la penetrazione delle agenzie farmaceutiche comincia ad avere effetto. D'altronde la storia di Comifar è una storia di penetrazioni e
fino a diventare leader nella distribuzione.
Ma se c'e' chi distribuisce, c'e' anche chi produce.
I test distribuiti sono test iScreen. Interessante è la pagina web che li promuove.
Chi produce questi test sono aziende private che lavorano assieme alle forze dell'ordine. Sono infatti molti i prodotti del genere e molta è la concorrenza.
Da sottolineare ci sono due cose.
- La discesa del privato nella lotta al consumo di droga. Imprese private stanno sempre piu' spesso assolvendo a funzioni che prima erano solo esclusiva dei Ser.T.. Ovviamente l'imperativo è quello economico: la massimizzazione del profitto. Ed ecco che quindi si moltiplicano i prodotti e le possibilità di scelta. Ma non è tanto e solo l'offerta a spaventare. E' come l'offerta viene proposta.
-La necessità di far funzionare il mercato dei tester antidroga provoca necessariamente l'ammorbidimento dei dati e il gioco sulle paure collettive.
Ecco un volantino distribuito da una marca di prodotti farmaceutici, che ho trovato in distribuzione in una farmacia.






Facciamo attenzione alla lettura del titolo e delle parole di contorno. "Mi fido di mio figlio, non mi fido della droga". Il test è "facile, rapido, discreto". Utile per tutti i tipi di famiglie, anche per quelle dove non è conveniente mostrare certe cose. Soffermiamoci sulle pagine di spiegazione sugli effetti delle droghe. Interessante come ed in che modo vengono analizzate le sostanze e quali sostanze vengono analizzate: Ecstasy, Marijuana e Cocaina. Stop. La droga è questo. Evidenziando poi le giuste parole in grassetto (voti inferiori, incidenti mortali, dipendenza) si instilla nel genitore premuroso la paura per il proprio figlio. Le case farmaceutiche si stanno quindi sempre piu' spingendo in un ambito che prima gli era precluso: la prevenzione. La prevenzione se diventa privata, diventa business. La paura diventa business. E cosi' noi ci beviamo, quello che loro ci raccontano. Ci beviamo che la lotta alla droga passa per la prevenzione, la repressione ed il recupero. Che le droghe sono tutte uguali. Che la marijuana provoca dipendenza. Senza spiegare la parola nelle sue declinazioni diverse per ogni sostanza.
Un altro esempio è questo qui.
Ricordo che si tratta di aziende private che per pubblicizzare un prodotto, e quindi "fare cassa", descrivono le sostanze. Notate ad esempio lo spazio dedicato alla marijuana e quello a eroina e cocaina. Non c'e' paragone. Cosa spaventa di piu' il genitore? L'eroina, che di solito associamo al tossico per strada (Tossick Park) o lo spinello, cosi' silenzioso e diffuso?
La risposta la lasciamo alle intelligenze di ognuno, cosi' come l'interessante lettura di molti dei passaggi di queste fonti preziose e inutili.
Se l'industria farmaceutica utilizza la politica per farsi pubblicità e instillare paura e repressione (guadagnandoci), che mezzi ha la politica per offrire uno sguardo corretto alla cosa? Ovvero, chi prende le decisioni, sa' di cosa parla?
E' una domanda centrale, a mio avviso. Prendiamo l'insigne De Albertis, che è stata assunta ad Assessore alla Salute del Comune di Milano. Chi è?
Ce lo dice lei, nel suo sito internet. Tra un dilettarsi di radio e televisione in un misto di xenofobia e snobberia, la De Albertis puo' contare su di un curriculum che oserei dire "da paura".
Peccato che ci sia un pero'. Le uniche due cose che si avvicinano in qualche modo alla medicina o all'infermieristica sono nell'ordine:
-Membro dell'Ordine Militare e Ospedaliero di San Lazzaro di Gerusalemme
-Presidente del Consiglio Direttivo della ONLUS "Bambini nel Cuore" di Milano, una delle cui attività è regalare computer agli ospedali.
Mi chiedo se le sia servito essere socia dell'Associazione Nazionale Paracadutisti d'Italia per saperne di sostanze stupefacenti. O forse quando dal Dal 1997 al 2000 è stata Vice Presidente del Consiglio di Zona 1 e Presidente della Commissione "Arredo Urbano", tra la decisione se tinteggiare una casa di giallo o di grigio e quella che riguardava il tipo di fiori nelle fiorere cittadine, la signora De Albertis avrà trovato modo di studiare qualcosa in merito ai consumi, ai traffici internazionali, ai rapporti pedagogici nei confronti delle sostanze. In un video recente, la De Albertis espone la sua idea sulle droghe [video .wmv]. Un'interessante sproloquio.
Essendo molto dubbioso su questo, e dando un leggerissimo sguardo alla sua appartenenza politica (leggerissimo!), propendo per credere che la scelta di campo della De Albertis sia di tipo ideologico, non essendo supportata da specifiche conoscenza sanitarie o pedagogiche. La domanda che sorge dunque spontanea è: se la De Albertis sta agendo per motivazioni ideologiche, smuovendo interessi privati, per giungere ad un fine di controllo e paura sociale, non è forse ora di svegliarsi e cominciare a dire qualcosa che vada oltre la parola "antiproibizionismo"? Qui siamo oltre il proibizionismo. Qui siamo ad un interesse che continua a volere una certa quota di consumo, per giustificare la propria esistenza medicalizzata e massimizzare gli utili. Non si tratta di scelte mediche, ma di opzioni politiche ed economiche. Non basta piu' essere antiproibizionisti. Bisogna abbattere questo muro di interessi che gioca su di noi e ci annienta nella nostra dignità e libertà.
Altrimenti saremo sempre piu' in balia di questi connubi tra politica ed economia, tra ballerine e mummie, che ci diranno come, dove e quando dobbiamo pisciare, se in una provetta o in un tester.
Alla prossima puntata.
PS. Se volete potete fare anche ginnastica con la De Albertis [video .wmv]. Ma per favore.



